Burning for Kona

Burning for Kona era scritto sulla maglia del team Frodo, lui, super favorito anche per l’edizione 2016, si è inventato anche questo slogan per riconquistare Kona una seconda volta. Taglia il traguardo come se non avesse fatto quelle otto intense ore di fatica, come se non avesse resistito agli attacchi di chi, il giorno prima, aveva dichiarato “sono qui per vincere ancora”, un altro tedesco, Sebastian Kienle. Jan é il più cercato, il più acclamato, sarà per quella faccia da bravo ragazzo, sarà per il suo geniale marketing che l’ha portato a inventarsi il “brand” Frodissimo, sarà per il suo stile impeccabile ma anche per quel 7h35’39″ stampato a Luglio in quel di Roth, miglior prestazione di sempre sulla distanza. Biglietto da visita da paura.

Ma qui la paura la devi dimenticare, qui non puoi essere prudente, ti giochi tutto, magari anche la carriera, perché se osi e ti gira bene, la carriera la svolti. Ha osato “Zibi” (Kienle) forzando la parte finale di bici e tenendo testa per circa 10 miglia al suo connazionale, ma poi ha dovuto cedere arrivando a circa 5′ di distacco con un’espressione in viso che non lascia dubbi. Ha provato anche Tim O’Donnell, lui che è uomo USA, allenato da quel Mark Allen che qui è leggenda, ma nulla da fare. Così come Ben Hoffman, altro americano, già secondo nel 2014, bravo certamente, ma scesi dalla bici i due tedeschi erano già a far gara a sè. Ha osato Michi Weiss, che con quella bici che sembrava una moto da quanto fosse carenata, voleva far paura a tutti e battere il record del percorso (che ancora appartiene a Normann Stadler dal 2006). Nada. L’ho visto “strisciare” già su Alii Drive distrutto dalla fatica fatta per rientrare in bici e poi provare a staccare tutti.

Frodo è un cannibale, a questo giro ha saputo aspettare, farsi vedere ogni tanto in bici senza esagerare come invece aveva fatto nel 2015. È sceso dalla bici e con quelle lunghe leve ha cavalcato su Alii Drive con apparente facilità, ma vi assicuro che il caldo era devastante, ha quasi scherzato con Kienle, e poi quando ha visto il “nemico” in difficoltà ha affondato il colpo e via verso una solitaria corsa sulla Queen-k, fino all’Energy Lab, con la moglie Emma Snowsill che lo attendeva a 5 km dalla fine per scortarlo verso il traguardo in bici. Facile.

Frodo vince ancora Kona, per il secondo anno consecutivo, al suo terzo anno di partecipazione, ed è già leggenda. Ma nella quasi attesa riconferma di Frodo, nessuno si era accorto di una rimonta che si stava materializzando a pochi km dall’arrivo. Un esordiente, un altro tedesco, già con qualche risultato nei 70.3, stava per compiere l’impresa del giorno, e non solo. Nessuno ancora era riuscito a battere un record che qui durava dal 1989, un record storico appartenente a “The Grip” Mark Allen, 2h40’03″ nella maratona, un filo complicato nelle terribili condizioni di Kona. Me ne accorgo anch’io tardi, ero sulla Queen-k ad aspettare il passaggio dei primi e quello di Ale Degasperi che stava rimontando posizioni dopo una bici un po’ sotto tono. Passa Frodeno e va, Kienle dopo pochi minuti e anche lui ha margine per tenere la piazza d’onore. Poi vediamo da lontano un trio distanziato di pochi metri l’uno dall’altro.

Riconosco Ben Hoffmann e più dietro Andi Boecherer, ma nel mezzo tra i due c’è un mio vecchio amico, un ragazzo con cui ho condiviso due stagioni nel grand prix Francese e con cui avevo legato abbastanza, tanto che ci scriviamo e scambiamo volentieri qualche chiacchiera quando ci incontriamo nelle gare. Si chiama Patrick Lange, ma nel drappello di persone che erano con me pochi lo conoscevano. Tanto è che Chris Lieto, anche lui tra loro, chiede: “Who is this guy? Wow, he’s running fuxxing fast!”. Sì, perché Patrick è uno veloce, ma lì si vedeva che aveva proprio un altro passo, stava volando. Ed é così che qualche metro dopo la nostra postazione, passa i suoi avversari, vola giù da Palani Road e poi su Alii Drive per raccogliere quel risultato inatteso da tutti e anche da lui stesso,  che se vedete il video del suo arrivo lo capite bene da soli.

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Ferma il crono della maratona in 2h39’45″: Boom!

Tutto da vedere il video del suo arrivo, ve lo metto qui sotto:

https://m.youtube.com/watch?feature=share&v=Uvo-8vd_6F0

Al traguardo c’era Mark Allen, e Patrick quasi si scusa con una leggenda che ha appena surclassato entrando nella storia. Quando dicevo che se osi, questa gara ti può cambiare la carriera e magari anche la vita, intendevo questo. Patrick ha fatto qualcosa di incredibile e si è meritato gli applausi di Kona e di Mr. Allen. E ora fa paura anche a Mr. Frodeno perché quella di Lange era la sua prima Kona, e a dirla tutta il primo vero Ironman full distance, perché nel suo esordio la gara fu accorciata causa condizioni meteo e lui si qualificò direttamente a Kona vincendo quella prova, che essendo campionato continentale assegnava la qualifica diretta al vincitore.

Così si completa un podio tutto tedesco e in generale un dominio teutonico, con 5 piazzati nei primi 7. Una gara incredibile dove molti degli attesi hanno provato a fare la gara e sono saltati: ne ho visti diversi lungo i 42 km cedere e venire passati da chi invece stava tenendo duro, come il DEGA. Per lui è stata una gara in salita. Fuori dal nuoto a 3′ dalla testa della gara, non male, anche perché dietro c’erano parecchi ciclisti di spessore a cui avrebbe potuto agganciarsi, tra cui Kienle e Weiss. Ma il Dega fatica molto e in bici perde posizioni, non riesce a trovare il giusto passo fino al termine dei 180. Ma questa gara è come l’isola che la ospita, passi dal caldo al freddo, dalla vegetazione tropicale ai campi di lava desertici in poco tempo. Così devi anche saper attendere, perché puoi passare da essere oltre la 40esima posizione a cogliere la ventesima rimontando diverse posizioni di chi era davanti ma pian piano si è spento. Dega corre bene, lo affianco con la bici su Alii Drive e mi dice che sta bene, prova a tenere un passo regolare, in bici ha avuto fastidi muscolari al gluteo sinistro e negli ultimi km con il vento contrario ha faticato parecchio. Ma è tempo di pensare a correre forte e così fa. I conti si faranno sulla Queen-k e così è. Lo lascio nel punto dove non posso più seguirlo con la bici oltre la trentesima posizione, ma quando torna dall’Energy Lab lo ripesco in 22esima. Davanti ha Dellow e Wild che corrono decisamente più lenti. E infatti li passa uno alla volta e va a chiudere questa sua prima Kona in ventesima posizione con un tempo di tutto rispetto: 8h36′.

Ora dovrei raccontare della gara femminile, ma li non c’è stata storia.. perché la storia l’ha fatta la nuova “Swiss Miss” Daniela Ryf e alle avversarie non ha lasciato nemmeno il lusso di provarci. È incredibile anche la coincidenza di come proprio in quest’edizione c’e stato il passaggio di testimone. Si salutava la carriera incredibile di Natasha Badmann, la Swiss Miss original, sei volte campionessa a Kona, un’altra leggenda su quest’isola, che ha gareggiato con le Pro nonostante le mancasse la qualifica (ovviamente non sarebbe rientrata in classifica), un gesto d’onore e d’amore targato Ironman.

Daniela ha evidenziato nel post gara i suoi timori sulla sua condizione, veniva da una doppietta strepitosa, due Ironman in 7 giorni vinti con tempi incredibili. Tutto questo a luglio. A settembre una prova opaca al mondiale 70.3 e quindi i dubbi. Normali per chiunque, anche per lei che si presentava qui come grande favorita. Ma riconferrmarsi non è mai facile. Mirinda Carfrae, australiana, già tre volte campionessa, l’aveva provocata nel pre gara facendo leva proprio sui suoi timori e sulla sua “inferiorità” nella maratona.

Ma al colpo di cannone di sabato mattina Daniela ha iniziato a scrivere un’altra pagina di storia, volando letteralmente per tre frazioni, e dopo aver staccato anche l’unica avversaria che ha provato a tenerle testa fino a due terzi della bici, si è involata verso il traguardo su Alii Drive chiudendo con il tempo straordinario di 8h46’46″, record del percorso abbattuto di oltre sei minuti.

Dietro di lei è un’altra gara, il distacco sulla Carfrae è di 25′, un’infinitá, ma non è Rinny (nickname della Carfrae) ad essere andata piano, Daniela ha superato se stessa. Il terzo gradino del podio è di una statunitense: Heather Jackson, simpatica e stravagante atleta, di cui tra l’altro, consiglio di dare un’occhiata alla linea di abbigliamento che si è inventata.

Ho vissuto meno la gara femminile, mi capirete.. ero impegnato a seguire Dega oltre ad essere maggiormente coinvolto per ovvie ragioni. Per cui vi posso raccontare questo che ho vissuto. Non di più.

Ma la gara è stata lunga, la giornata anche (la sera ero quasi più stanco io del Dega) e nelle ore passate ho potuto partecipare anche alla gara di molti altri amici presenti e per questo volevo brevemente citarli.

Per cavalleria inizio da Federica De Nicola. Avevo condiviso con lei la trasferta del suo primo Ironman dove si qualificò per questa gara e l’ho vista cogliere qui un secondo posto di categoria che conferma la sua tenacia e in parte la sua follia, visto che alla sua età fare un Ironman è un po’ folle. Brava!

Poi “il Toma” (al secolo Alessandro Tomaiuolo): quest’uomo è un esempio, anche di cosa non fare, ma soprattutto di dedizione, resilienza, costanza. L’ho visto gioire a Francoforte per un tempo notevole (8h56′) che gli è valso il secondo posto di categoria e la qualifica. A Kona è tornato per la terza volta (dopo una prima apparizione più di 10 anni fa e quella del 2015) e di nuovo ha dimostrato che ha le palle ed è un esempio di come, tra una risata e molte cazzate dette (anche in gara) si possa essere anche molto seri e prepararsi con una dedizione ammirevole. È stato il miglior italiano Age Group in questa edizione con un tempo di 9h32’23″. Grande Xio!

Federica e Alessandro sono miei compagni di squadra in DDS e, tra l’altro io sarei anche il loro coach a nuoto ogni tanto, per cui ho avuto piacere di seguirli con un occhio di riguardo.

Poi Tony, che ho incrociato in un momento di sconforto per il ritiro dovuto ad una foratura che non voleva saperne di ripararsi. Mi ha detto: “Ora ho capito cosa hai provato a Francoforte” - dove mi ero ritirato per un problema meccanico mentre lui invece aveva guadagnato la slot – In effetti è dura mandare giù una sconfitta per un problema alla bici, ma Tony è una roccia e sono sicuro che vorrà prendersi la rivincita. Poi Edo Bernaschi che ha un conto aperto con le 10 ore, quel muro che dopo tante partecipazioni, ancora non è riuscito ad abbattere. L’amico Luca Rusca, che nonostante dica sempre di essere scarso non lo è affatto, e sua moglie Nives che mentre lui gareggia fa la volontaria nelle gare, e anche a Kona ha lavorato 4 giorni per aiutare l’organizzazione. Bravi!

Gli altri azzurri ho potuto incrociarli poco ma del resto Kona era invasa di quei matti dell’Ironman non ce l’abbiamo fatta a vederci tutti.

Aloha Kona, alla prossima, sperando di esserci anc’’io con quel numero stampato sul braccio.

Author: iristi

Triathleta dal 2002, classe 1980, ex nazionale distanza olimpica. Gareggia per DDS Triathlon Team. E' stato campione italiano sprint 2007 e a squadre 2011. In nazionale dal 2005 al 2010, ha partecipato a gare internazionali ottenendo un podio in Coppa Europa e al mondiale universitario. Dal 2014 gareggia sulla distanza Ironman in cui il miglior risultato è un terzo posto ad Ironman Vichy - Francia in 8h19'58". E' laureato in Scienze Politiche, socio di Sport Time srl, per cui si occupa di gestire le attività online e di comunicazione oltre ai rapporti con alcuni clienti.

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