Come nascono i campioni? La Norvegia prova a spiegarlo.

di Alberto Bucci e Giacomo Petruccelli

 

Qualche giorno fa è stato pubblicato un articolo sull’organizzazione del sistema sport in Norvegia, nazione che alle ultime Olimpiadi invernali di PyeongChang ha fatto incetta di medaglie. Numeri impressionanti, ma, più di tutto, è disarmante la facilità con la quale questi atleti collezionino medaglie su medaglie, atleti di altissimo livello che non sembrano accusare mai la pressione e che sorridono sempre, sia che vincano (spesso), sia che perdano (più raro).

Prima di tutto vi consiglio di leggere l’articolo, poche righe che riportano lo sport alla sua dimensione vera, quella di scuola di vita e momento di crescita, senza dimenticare ciò che dovrà essere il dopo. In Italia, molti dirigenti sportivi di alto rango (sia CONI che le singole Federazioni) dovrebbero trarre spunto da situazioni come quella norvegese almeno per un aspetto. Lo sport di alto livello si può fare abbinato ad un percorso di vita che possa garantire un futuro dopo la carriera sportiva (che sia lo studio o un lavoro, non importa). È importante insegnare agli atleti che serve avere un doppio binario e che questo è compatibile anche con l’altissimo livello.

 

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Il presidente del Comitato Olimpico norvegese Tom Tvedt ha spiegato quella che è la ricetta alla base del successo dei suoi campioni: “Noi abbiamo la visione che lo sport è per tutti. Prima dei 12 anni ti devi divertire, non ci focalizziamo troppo su chi sia o meno il vincitore. Preferiamo focalizzare energie ed attenzioni nell’invogliare i nostri ragazzini ad avvicinarsi a uno degli 11mila club sportivi che ci sono nel nostro Paese. E funziona, visto che il 93% di bambini e adolescenti è regolarmente impegnato in queste organizzazioni.” E se questo discorso funzionasse anche per i tanti nostri amatori che si avvicinano al triathlon e che non sanno come approcciarsi nel modo giusto? Quante volte, anche parlando tra di noi, ci rendiamo conto che forse la troppa esuberanza gioca un ruolo importante a discapito dei veri valori dello sport? Vivere l’attività sportiva con serenità lontani dall’ossessione della perfomance a tutti i costi è davvero un’utopia in Italia? Forse sarebbe il caso di tornare a pensare che tutti devono andare a scuola per imparare e, come in tutte le classi, c’è chi eccelle e chi fa un po’ fatica, ma un solo aspetto deve accomunare tutti gli alunni, ed è quello dello studio.

 

Lo studio, per il triatleta (e lo sportivo più in generale), è l’allenamento, che il Prof. Carlo Vittori (Olimpionico, campione italiano di atletica leggera e allenatore di Pietro Mennea), definiva così: “L’allenamento è un processo pedagogico-educativo complesso che si concretizza nella organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in quantità e con intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti che stimolino i processi fisiologici di super compensazione dell’organismo e favoriscano l’aumento delle capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta, al fine di esaltarne e di consolidarne il rendimento in gara.”

Insomma.. nessuno nasce fenomeno ma tutti possono provare a diventare un po’ più forti e consapevoli ogni giorno, magari divertendosi.

 

 

Author: redazione

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