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Kona Race Week 2016

Quelli di Kona, dell’IronUomo e della settimana più triathletica che ci sia

Quelli che vanno a Kona li riconosci subito.

Sei li “facile” a Francoforte che ti destreggi tra le carte d’imbarco, che sono tre tra le altre cose, e facilmente ti presenti con quella sbagliata al desk. Da buon italiano ti infili a caso per l’imbarco non comprendendo la distribuzione in file ordinate e identificate (io sarei stato zona 5) tipicamente tedesca, ma anche molto americana. L’omino simpatico ti vede e ti stordisce con mille domande:

“Ha fatto lei il bagaglio?” Sì, uncle.

“Ma il bagaglio l’ha portato personalmente in aeroporto?” Yes, sir.

“Ma nel bagaglio trasporta qualcosa di pericoloso, tipo armi, cibo, piante ecc.? E li ti verrebbe da dirgli: “Zio, I am italian, do you wanna steal in the thieves’ house?” (Che in inglese non si direbbe, ma la traduzione è veramente tamarra).

Va bene. Faccio il bravo altrimenti questi mi legano. Finalmente sono sull’aereo, un “bellissimo” volo United, raggiungo il mio posto e noto con piacere la totale assenza di schermi personali per intrattenermi lungo le 11 ore verso San Francisco.. TOP. A quel punto alzo lo sguardo e nella fila dietro noto lui: capello rasato, viso un po’ scavato e rugoso (Zio, gli antiossidanti?), scarpa Brooks (tra l’altro nuova di pacca), giacchetta FusionTeam, zainetto inconfondibile. Ma dove andrà quest’uomo? Il viaggio a Kona è una escalation incredibile verso un mondo popolato di triatleti estremamente fit, super invasati e “race-ready” come nessun altro al mondo. Quando arrivi negli aeroporti californiani, prima dell’ultima tratta di circa 5 ore che ti porta a sorvolare Big Island, gli Irontipi si moltiplicano. E poi, ovviamente, quando sei a Kailua-Kona se non hai almeno un gadget figo da Ironuomo è meglio che ti chiudi per bene in casa e fino al lunedì non esci per nessunissima ragione. Kona è il paese dei balocchi di quando diventi grande e i tuoi giochi non sono più quelli estremamente fantasiosi dell’innocente infanzia, quando anche con una scassatissima biciclettina eri il Re del mondo. Un mondo fatto di abbigliamento variopinto ed estremamente tamarro, ma che qui devi avere, bici che in confronto la Yamaha di Valentino è una “naked”, occhiali che in alcuni casi ti parlano, caffè di Kona, smoothies, stivaloni per il recupero, ruote super fighe che però devi stare attento perché qui c’è del gran vento.

E poi ancora.. su e giù per Alii Drive con improbabili mise da running, di cui il must è petto nudo con cappellino e occhiale violento, se sei donna colori shocking inevitabili, caldo infernale ma per fortuna ci sono i gazebo che ti “salvano la vita” rifornendoti con ogni tipo di integratore salino e barretta, gadget a profusione, caffè al Lava Java e se vuoi anche la colazione, con nuotate fino alla barca dove puoi gustarti un caffè appollaiato sulle isolette gonfiabili (qui siamo al trash più trash), gente che corre a qualsiasi ora e a qualsiasi velocità (ma sembrano tutti molto forti), PRO che si nascondono, Age Group che sembrano PRO, Mark Allen che incontri ovunque, Dave Scott invece quest’anno no.

L’under pants run. La fila per farsi montare il boa sulle scarpe da running che è gratis (viva il marketing), le file di quelli che provano le Ventum e le Cervélo, e anche le Bmc. La fila per entrare in zona cambio a depositare la bici, il casco, le sacche con le scarpe. La race week è tutto questo e altro ancora.. ma ora è tutto finito, il grande giorno è arrivato e si fa sul serio. In bocca al lupo al Dega, unico PRO italiano, e a tutti i ragazzi italiani che correranno per onorare questo magico evento. Viva l’Ironman, perché nonostante tutto e tutti c’è una piccola ma rilevante cosa che distingue questo mondo: non ho visto violenza, cattiveria, odio e insulti su quest’isola. Sì, saremo anche tutti matti, ma io preferisco così ai cordoni di polizia degli stadi. Aloha

aloha